Responsabilità sociale d’impresa e reporting di sostenibilità

Ban Ki-Moon, già Segretario Generale delle Nazioni Unite, ha saputo sintetizzare il concetto di Responsabilità Sociale d’Impresa in una semplice frase:

“Every business has a responsibility to improve our world”

Ban Ki-moon parla di una precisa responsabilità che le aziende hanno non solo verso i loro azionisti, ma verso il mondo intero. E questa affermazione nasce dall’ovvia considerazione che ogni azienda non si relaziona solo con i propri azionisti, ma anche con le proprie persone (dipendenti e collaboratori), con le proprie controparti finanziarie e commerciali, con le comunità locali, con l’ambiente … con il mondo intero appunto.

Al World Economic Forum di Davos, Kofi Annan – predecessore di Ban Ki-moon – già nel 2009 aveva cominciato a riempire con questi contenuti quanto poi ribadito dal suo successore:

“I call on you – individually through your firms, and collectively through your business associations – to embrace, support and enact a set of core values in the areas of human rights, labor standards, and environmental practices”

Questa affermazione contiene i principi di fondo sulla cui base l’ONU ha sviluppato gli Un Pri (principi per gli investimenti responsabili dell’Onu), ossia un modo di fare azienda che tiene conto non solo degli azionisti, ma di tutti gli stakeholders, lungo le dimensioni ESG (Environment, Social and Governance).

In estrema sintesi, l’obiettivo di un’azienda non consiste solo nel far utili.

E’ altrettanto importante come questi utili vengono prodotti.

In base a questa prospettiva, le dimensioni ambientali, umanitarie e sociali si affrancano da uno storico ruolo di sudditanza rispetto all’obiettivo del profitto e, in quanto obiettivi in sé, contribuiscono a definire modalità e vincoli per il conseguimento dei risultati più strettamente economici.

Ma non basta essere sostenibili. Occorre anche comunicarlo in modo corretto.

Il bilancio sociale è nato dall’esigenza di comunicare su base volontaristica risultati e comportamenti aziendali in chiave sostenibilità, questo bilancio talvolta è stato però caratterizzato da una tendenza a evidenziare gli aspetti positivi, togliendo enfasi o, persino, trascurando eventuali criticità.

Per contro se è vero che è necessario comunicare, è anche vero che occorre farlo secondo regole improntate all’esaustività e trasparenza e sulla base di standard riconosciuti. Esistono specifici standard e metodologie applicative di riferimento, ma il GRI Standard, redatto dal Global Reporting Initiative è uno dei principali Standard internazionali per la rendicontazione dell’informativa non finanziaria.

I nuovi GRI Standards sono stati ufficialmente lanciati il 19 ottobre 2016 e sono entrati in vigore a partire dal 1 luglio 2018 (Fig.: 1)

Il contenuto delle linee guida è stato ristrutturato in un sistema modulare e interconnesso di standard. In questo modo il sistema viene a dotarsi di una maggiore flessibilità che consente di aggiornare agevolmente gli standard senza interferire con il sistema generale.

Il GRI 101 (Foundation) costituisce il punto di partenza per l’introduzione dei 10 principi fondamentali e spiega come preparare un rapporto in linea con questi stessi. Attraverso l’utilizzo del GRI 101 è quindi possibile identificare quegli aspetti che impattano maggiormente – positivamente e negativamente – sugli stakeholder. In questo modo è possibile poi individuare e applicare gli standard ad hoc, scegliendoli fra quelli elencati nelle serie di standard specifici per settore.

In contemporanea è necessario applicare anche altri due standard universali: il GRI 102 (General Disclosures) e il GRI 103 (Management Approach). Il primo serve a riportare informazioni di contesto relative all’organizzazione e le sue pratiche di rendicontazione, mentre il secondo è utile per spiegare la gestione di quegli aspetti della propria attività che hanno un impatto più importante sugli stakeholder.

I GRI Standards, dunque, rappresentano il cardine del sustainability reporting. L’applicazione di standard universalmente riconosciuti permette di meglio sviluppare una lingua comune per la rendicontazione di sostenibilità.

In Italia, tali standard sono stati riconosciuti anche in sede di attuazione della Direttiva 2014/95/UE del Parlamento europeo e del Consiglio del 22 ottobre 2014, recante modifiche della Direttiva 2013/34/UE, all’interno del decreto legislativo 30 dicembre 2016 n. 254, entrato in vigore il 25 gennaio 2017, che disciplina la Dichiarazione Non Finanziaria.

In conclusione, le aziende devono mettere in campo le proprie competenze distintive anche in ambito sostenibilità, costruendo un connubio vincente con la loro capacità di creare valore in funzione di una crescita sostenibile nel tempo, comunicando i propri obiettivi futuri e i risultati raggiunti attraverso un reporting di sostenibilità chiaro, esaustivo e trasparente.

Camilla Federica Vinzia

Fig.: 1

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